
Avevo in mente da anni, da quando faccio scialpinismo, la salita alla Testa del Grant Etret. Ogni volta che salivo a Pont Valsavarenche vedevo quel lungo vallone, e quel ghiacciaio là in fondo che attirava la mia curiosità. Spesso ho sentito parlar male di questa gita, dal punto di vista sciistico.. in effetti c’è uno spostamento notevole (
Partiamo nel freddo e nell’ombra del parcheggio di Pont alle 8.10. La via è lunga. Mi fermo a fare una foto e perdo subito contatto col gruppo… per fortuna dopo un po’ ritrovo l’Alex. Il vallone di Seiva è tutto in ombra ancora. La salita prosegue con pochissima pendenza, nel fondo di questo vallone, a fianco del torrente Savara, che nasce proprio dal ghiacciaio del Grant Etret. L’innevamento in zona è abbastanza desolante. Il versante ovest della Grivola è pressoché spoglio di neve fino a
Io e Alex giungiamo al sole, dove il vallone fa una curva e si allarga, da queste parti dovrebbe esserci ciò che resta dell’Alpe del Grant Etret
La traccia va a destra, e mi insospettisce. Da sotto però sembra che la vetta sia dritta di fronte a noi. Pur ricordando dalle relazioni che bisognava salire al colle orientale del Grant Etret, salendo poi alla cima per la cresta orientale, un po’ per via della traccia, del fatto che nessuno è andato di là, e che immagino (sbagliando) si possa salire anche dal colle occidentale, proseguiamo di qua.
Sono decisamente stanco e mi trascino ormai per inerzia e per forza rabbiosa di volontà, quando incrociamo gli altri compagni che scendono, e ci dicono che la vetta non è quella dove stiamo andando… apriti cielo… fioccano giù santi e madonne, lì per lì sono notevolmente nervoso. Ormai siamo qui, non ha senso scendere per riprendere la via giusta, e poi sono troppo stanco. Proseguiamo di qui, imprecando contro le pelli che non tengono. Lascio andare Alex avanti, lo raggiungo poco dopo, esausto, sul colle occidentale del Grant Etret.
Non c’è molta aria e non fa molto freddo, mi siedo dieci minuti per riordinare le idee. Mi riprendo abbastanza in fretta, e saliamo a piedi per il largo crestone fino ad un punto a circa
Mi faccio sbollire il nervoso per un’errore di valutazione così idiota guardando il panorama… che a picco sulla valle dell’Orco è splendido. Laggiù si vede anche il Monte Soglio, e poi il Bessun,
Molto bella anche la vista sulle vicine Mare Pèrcia e Punta Fourà, e su tutto il lungo vallone di Seiva che abbiamo percorso. I nostri soci sono fermi sul ghiacciaio in basso, è ora di raggiungerli. Mangiucchio qualcosa, giusto per mettere qualcosa nello stomaco, poi ci prepariamo a scendere. La prima parte è un po’ tecnica…neve ventata e lavorata, ma sciabile con attenzione. Man mano che si scende migliora decisamente, un canale dove è già passata molta gente è bellissimo, e raggiungo così gli altri amici. Arriva anche Alex, giusto una sosta per bere, e poi giù… senza mangiare, cerco di reggere fino all’auto.. Su questo tratto di ghiacciaio la neve è bella, crosta da vento dura, sembra una pista. E più si scende meglio è, è passata tanta gente, anche in discesa dal Grampa, e quindi sembra di sciare in pista. Il nervoso per la vetta mancata si smaltisce curva dopo curva, col sole che mi picchia sulla testa, e i movimenti armoniosi di curva dopo curva, nonostante le gambe stanche.
Un canale ci porta sulla parte di vallone più piatta, la pista si trasforma in una specie di toboga, che man mano che si scende si fa più stretto, e tutto curvette, dossi, cunette, sassi affioranti, piante, ontani, larici… divertente però, anche perché la neve è bella. A fianco del torrente scendiamo così praticamente senza spingere, nonostante la scarsa pendenza. Ci vanno ottimi riflessi, perché è facile perdere il coordinamento con tutte ste cunette e saltini, non ci va molto a sbagliare l’impostazione e rompersi la testina… bello però, ecco il bosco, e usciamo sull’ultima parte di discesa. Ecco, questa sì è davvero piatta, ma in fondo siamo quasi arrivati. Si spinge un po’, fino alla pista di fondo, ma non è così tragica…
Patisco un po’ questo tratto perché ho lo stomaco pressoché vuoto e ormai attorcigliato su sé stesso visto che non ho mangiato quasi nulla. Arrivo al parcheggio accaldato ed esausto. Ci metto un buon quarto d’ora a riordinare le idee. La prossima volta me ne sbatto e mangio quando ho fame, dodici anni di montagna e ancora ci casco come un fesso… ciò dimostra che non si smette mai di imparare, e che la montagna è sempre lì pronta a darti lezioni. E oggi me ne ha date due..
Mi cambio, e raggiungiamo il bar, dove ci sediamo fuori all’aperto. Un toast e una birretta piccola mi fanno pressoché “resuscitare”, il caldo sole di fine marzo fa il resto. Ora si ragiona. E’ sempre bello finire la giiita davanti ad una birra e/o un panino, tra amici, a parlare di salite del passato e progetti futuri. E di conti da chiudere…


"Vajont è anche questo: mille bare con qualcosa dentro e altrettante vuote"

L'ho finito di leggere pochi giorni fa. Bello, molto bello.
E' la trascrizione, il più fedele possibile, di uno dei tanti spettacoli che Marco Paolini portò nei teatri tra il 1993 e il 1997, anno in qui lo spettacolo fu trasmesso in diretta TV da Longarone, in occasione del 34esimo anniversario.
E come quello spettacolo emoziona e coinvolge, proprio perchè ricorda le battute, i toni, l'enfasi di quando lo vidi in TV.
Stesse emozioni, stessi brividi, stesse lacrime nel finale.
Ora sto leggendo un altro libro su quella tragedia annunciata e talmente assurda da sembrare impossibile.
Il libro da cui lo stesso Paolini trasse l'idea di raccontare cosa successe quella notte e soprattutto gli anni precedenti. Un libro che, parole dell'attore, fu ed è, un "pugno nello stomaco".
La valle era immersa nel silenzio, il silenzio del primo mattino di un giorno di primavera. L’aria ancora frizzante gli ricordava che l’inverno, in montagna, era ancora dietro l’angolo. Si guardò intorno, non c’era anima viva, l’unico rumore era quello del torrente, che con i primi tepori primaverili si stava risvegliando. Si preparò a partire, si mise lo zaino e si mosse lungo le rive del torrente, entrando presto nel lariceto. Avanzava muovendo alternativamente gli sci, quasi ipnotizzato dal rumore che essi facevano sulla neve gelata. Quando uscì dal bosco fu inondato dal sole, i pendii superiori gli apparivano in tutta la loro bellezza, il cielo era di un azzurro profondo, sembrava finto tanto era intenso, tutta la valle era avvolta in una limpidezza insolita. Fece una breve pausa e poi ricominciò a salire.
Avanzò di pochi passi, e si fermò nuovamente: alcuni rumori nel bosco attirarono la sua attenzione, gli sembrò che qualcuno lo seguisse. Ascoltò attentamente, ma non sentì più nulla, e proseguì oltre. Il sole era molto caldo, rivoli di sudore gli scorrevano sul volto, si fermò ancora ad ascoltare le voci della montagna, il suono del torrente ormai laggiù nella valle, ed ebbe nuovamente la sensazione di essere osservato, ma da chi? Non vedeva nessuno intorno a sé, tutto questo però cominciava a dargli un certo senso d’inquietudine. Avvolto nei suoi pensieri continuava a salire, avanzando sui dolci pendii, spingendo lo sguardo sempre più lontano, e voltandosi un attimo indietro vide una sagoma femminile sbucare dagli ultimi radi larici, là in basso.
Allora non era solo una sensazione – pensò, e osservò quella persona che stava salendo velocemente. Fu colto da un sussulto quando la riconobbe. Era lei, ne era sicuro, era il suo angelo custode. L’ultima volta che era apparsa dal nulla le avrebbe voluto parlare, ma non c’era mai riuscito, neanche allora: l’unico modo con cui comunicavano era attraverso lo sguardo, attraverso quegli occhi chiari, quell’espressione che gli diceva tutto quello che c’era da dire, senza rompere il magico silenzio della montagna. L’aspettò, e quando lei gli si affiancò, si lanciarono il solito sguardo d’intesa, e ripresero a salire insieme. Erano le uniche due persone in tutta la valle, ma si sentivano sereni e tranquilli, mentre si immergevano nel loro mondo, quel mondo fatto di neve e di freddo, di valli e di creste, che ogni giorno dell’anno sognavano di percorrere insieme, e ora che ciò accadeva, come le altre volte, solo i loro occhi comunicavano i sentimenti che affollavano i loro animi. Risalivano la dorsale in perfetto silenzio, integrati perfettamente nell’ambiente che li circondava, come se facessero parte della montagna, le loro sagome si stagliavano contro il blu profondo del cielo d’aprile, sotto un sole caldo e vitale.
Arrivarono sulla vetta, e si trovarono di fronte lo spettacolo unico di una vista a perdita d’occhio di montagne innevate. Presero un po di fiato, e poi si sedettero ad osservare quell’impareggiabile visione, sempre un assoluto silenzio. Era la terza volta che si incontravano, ma nessuno dei due, ancora una volta, riusciva a parlare, nessuno dei due aveva il coraggio di rompere quella specie di incantesimo che li avvolgeva. Si prepararono per scendere: il sole era caldo, troppo caldo per aspettare ancora. Quando furono pronti si guardarono negli occhi: il volto di lei era sereno e il vento le accarezzava i capelli, gli sorrise e con un cenno lo invitò a cominciare a disegnare le curve sul pendio immacolato. Dopo di lui si lanciò nella discesa, e insieme segnavano il versante della montagna con una serie di serpentine, perfettamente regolari, ricamando quel lenzuolo bianco in simmetria perfetta.
L’unico rumore era quello dei loro sci, ma ad un tratto accadde ciò che si aspettavano, e che, in un certo senso, stavano cercando. Era già successo anche le altre due volte, quando si erano incontrati allo stesso modo, quando lei era apparsa come dal nulla: prima era stato lui a riportarla alla vita, l’ultima volta era stato il momento di lei. Si erano salvati a vicenda, uno era l’angelo custode dell’altra, uniti da un silenzioso legame, che nasceva appena si incontravano su quella montagna, un legame in grado di donare la vita l’un l’altra. E ora cosa sarebbe successo? Un tonfo sordo scosse la montagna, il lastrone si staccò sotto i loro sci, vennero travolti entrambi nel carosello bianco. Si cercarono con lo sguardo, incrociarono i loro occhi spaventati, mentre la valanga li trascinava verso valle.
Non si sa che cosa passò nelle loro giovani menti in quegli istanti, lottavano per la vita, lottavano per capire che cosa li aspettava dopo quel gelido circo, chi, ora che tutti e due vi erano dentro, li avrebbe riportati alla vita. Quando la massa nevosa fermò la sua corsa, la montagna tacque di nuovo. Si trovarono mano nella mano, non si sa come, a lato della valanga, semisepolti, infreddoliti ma vivi. L’avevano superata, ce l’avevano fatta, si erano salvati entrambi, ancora una volta. Ed era la terza, l’ultima. Si guardarono mentre le lacrime rigavano i loro volti, erano lacrime di gioia, una gioia immensa, la gioia di essere tornati alla vita, insieme. I loro cuori battevano ancora all’impazzata, mentre raccoglievano gli sci in mezzo alla neve. Il rumore degli attacchi ruppe il silenzio, e ricominciarono a scendere, come se nulla fosse accaduto, verso valle, verso la vita.
Avevano perso la cognizione del tempo, non capivano - né avrebbero voluto saperlo - quanto tempo avevano passato su quella montagna, quel giorno. Era il tramonto, non sembrava vero, non potevano essere rimasti lassù tutto il giorno. Invece di dirigersi verso valle, verso le loro case, le loro rispettive vite, si volsero verso la montagna, verso il loro nuovo mondo, mentre gli ultimi raggi di sole di quel giorno illuminavano le creste, immerse nella luce dorata del crepuscolo, mentre mano nella mano, stavano per rompere quel loro magico silenzio, alla vigilia della loro nuova vita.

Un giorno in cui voglio maggiormente ricordare il mio, di papà, che non c’è più da quasi cinque anni. Lo ricordo tutti i giorni, penso sia normale che sia così, ma forse in un giorno come questo il ricordo riemerge con più forza.
Ed allora ecco che scrivo queste poche righe, riportando alla luce una foto del marzo 1999. Era il giorno 6, lo ricordo come fosse ieri, erano gli esordi della mia “carriera” scialpinistica, nelle prime gite sempre accompagnato da papà, che, per amore del figlio e della montagna, aveva ripreso gli “assi” dopo quasi trent’anni…

Papi e Jack in cima a La Cialma 2193 m, 6 marzo 1999
Fu una bella gita quella alla Cialma, la Punta Cia dei Canavesani, in valle Orco, appena sopra Locana. Ricordo che al mattino alla partenza da casa c’erano sei gradi sottozero… e lo spettacolo, lassù, era bellissimo… neve farinosa scesa nella notte, che mi regalarono una discesa mozzafiato, a me che, con due sci pesantissimi e lunghi 189 m, non ero certo uno sciatore provetto, visto che ero agli inizi degli inizi…
Ricordo che anche papà si divertì, quella neve era divertente anche per lui, che aveva comunque una certa età, e parecchi chili in più dalle ultime volte che faceva scialpinismo (primi anni settanta..).
Ed anche il cane Jack, pure lui nella foto, si divertiva a correrci dietro abbaiando e mettendo il muso nella neve farinosa… anche Jack non c’è più, se ne è andato nel luglio 2006.
Quella prima volta a Punta Cia fu una delle più belle gite di scialpinismo, e ricordo ancora che dopo la discesa, sfruttammo un pomeridiano in pista nel piccolo impianto del Carello, per affinare la mia tecnica quasi disastrosa…
Il mio maestro ovviamente era lui, e ricordo con affetto queste cose, gli sforzi che aveva fatto per rimettere gli sci ai piedi per insegnarmi quel che sapeva dello scialpinismo e per continuare a farmi compagnia in montagna.
Grazie.
Ti “festeggio” oggi con queste poche righe, anche se la festa del Papà la festeggiavamo in fondo solo quando ero un bambino, un ragazzino, e con l’età adulta avevamo un po’ perso questa cosa.
Buona festa papà.